La rabbia millenaria dei Siciliani

di Salvatore Vecchio

Prof.Salvatore Vecchio, scrittore e storico della Sicilia.

Sempre traditi, bidonati dai poteri centrali e, in buona fede e non,  dagli stessi loro politici

Il dibattito sulla Sicilia, con gli interventi e le prese di posizione di autorevoli uomini della cultura e di politologi siciliani, evidenzia e trova tutti concordi che niente è cambiato, e la più che secolare questione meridionale, a più riprese affrontata, non è stata mai composta.

Adesso stiamo mettendo ancora una volta il dito su una piaga più che mai aperta, e questo perché si fa sentire e s’impone – ne aveva parlato e scritto decenni or sono lo storico Virgilio Titone – la questione settentrionale, con problemi opposti e non per questo meno esplodenti.

 Ciò vuol dire che non si è riusciti, nonostante gli sforzi di tanti che credevano nella causa nazionale, a concretare un’Italia veramente unita. Venendo al sodo della questione, il divario tra Nord e Sud di un secolo e mezzo fa è tuttora esistente, e non è stato mai colmato. Non sono bastate le leggi speciali, gli interventi mirati, serviti solo ad accontentare i politici di turno, a rabbonire le popolazioni esasperate che nell’esacerbazione, hanno emigrato e sono divenute girovaghe in territorio nazionale e in quelli stranieri. Ai Meridionali non si è data mai l’opportunità di un lavoro redditizio nella propria terra, tradendo l’articolo primo della Costituzione, mai s’è cercato di creare infrastrutture “calate” nel territorio, costruendo spesso opere insignificanti e destinate a fallire sul nascere, o lasciate incompiute, in attesa di chissà quali miracoli.

A scanso di equivoci, e mi riferisco all’articolo di Salvatore Lupo, “Non sparate su Garibaldi…”, pubblicato nell’edizione palermitana di La Repubblica del 7 agosto 2009, non si vuol fare revisionismo, tanto meno per “nascondere le colpe” dei nostri politici. La Sicilia ha sempre nutrito l’aspirazione autonomistica, millenaria, fin dai tempi del buon Ducezio, e quando è sembrato che l’obiettivo stava per essere raggiunto, è bastato poco per ritornare nelle condizioni di partenza, a scapito del popolo che è quello che subisce le conseguenze, buone o cattive che siano.

I Meridionali e i Siciliani sono stati da sempre traditi, bidonati dai poteri centrali e, in buona fede e non,  dagli stessi loro politici. All’indomani dell’Unità, lo Stato era riconoscibile per i carabinieri e gli esattori che andavano di casa in casa, e tante furono le proteste e a niente servirono, se non a spargere sangue fratello e ad incutere timore, condannando innocenti che rivendicavano, nel nome di quella patria per la quale avevano lottato, un’esistenza più umana. Ora l’approccio dello Stato con il Sud è cambiato nei modi, non nella politica, e tanta è l’indifferenza nei confronti dei Meridionali.

I Siciliani sono stati doppiamente traditi: quando, fatta propria la rivoluzione, a cosa compiuta, non ebbero l’autonomia che era la loro prerogativa (e furono traditi i sogni e le aspettative di quanti, come Michele Amari, avevano sposato la causa rivoluzionaria per ottenerla) e nemmeno le terre rivendicate dalle masse contadine, e promesse che si rivelarono lungamente vane; quando, poi, l’ottennero, all’indomani della guerra, nel 1946, perché c’era pericolo di scissione, essa non è stata rispettata nello Statuto, mai attuato nel rispetto dello spirito che costituisce la nervatura e gli dovrebbe dare linfa ed anima, ed invece è ridotto ad una specie di legge speciale, ad una concessione.

La rabbia dei Meridionali e dei Siciliani è sempre a fior di pelle per tutte queste promesse mai mantenute, a cominciare di quelle fatte da Garibaldi, che ebbe nei loro confronti un atteggiamento equivoco. Appoggiandosi ai “cappiddazzi”, non andò a favore dei contadini, fu intransigente e ordinò tante stragi nel nome di una legalità di parte, ingiusta, essendo quella del più forte. Scrive bene S. Lupo, quando afferma che Garibaldi non approvò il ricorso all’esercito per imporre le leggi piemontesi nel Meridione, ma il Generale era stato già esautorato e nutriva astio per i Savoia irriconoscenti. Fu allora che non condivise la “piemontizzazione” e confessò che i Siciliani mai e poi mai lo avrebbero seguito per lo Stivale una seconda volta (per la verità, gran parte dei picciotti siciliani, più che la causa patriottica, sentivano la fame, e se imbracciò le armi, lo fece per i capi bastoni che così volevano. Seguire, poteva anche significare avere salva la vita; rifiutarsi, avere morte certa) che è come se avesse affermato idealmente il fallimento dello sbarco. Ma il passato non si può esumare, e bisogna guardare al presente per aprirsi ad un futuro migliore. Ormai, quello che è stato, è stato. Guardiamo al presente.

È evidente, comunque, un fallimento dei nostri politici, che spesso non sanno imporsi e non si fanno valere, per incapacità o perché entrati nel giuoco sporco dei compromessi. Ed è per questo che tutte le volte che la Sicilia  rivendica a sé il dovuto, ecco un intervento dello Stato accentratore, un’elargizione e tante promesse, buone solo a zittire e accontentare i pochi. La partita, in fatto di voti, è grande, e non si vuole la suddivisione di un così immenso feudo. Historia docet! Tanti apostoli della causa autonomistica morirono invano; la protesta di Silvio Milazzo nel 1958 fu fatta subito rientrare nel nome di un anticomunismo che era una montatura, e questo perché i “particulari” superano sempre di gran lunga le giuste cause e sacrificano la volontà generale che affonda anche le sue radici nell’XI secolo, al tempo del grande Ruggero, il quale creò le premesse di un Regno solido e in quel tempo invidiato.

La realtà è che lo spirito dei Siciliani si è assopito; non c’è in loro una prospettiva che li faccia guardare al futuro, e assopita è ogni animosità che li ha sempre caratterizzati. Com’è venuta meno col tempo l’idea di nazione negli Italiani, ai Siciliani manca il senso di appartenenza alla terra dei padri. Effetto della globalizzazione in atto e, soprattutto, effetto dello sradicamento delle caratteristiche dell’essere siciliani, che non è preso nelle dovute considerazioni dalle istituzioni, le quali non s’adoperano per tenere vivi valori, tradizioni, lingua, che sono gli elementi costitutivi d’un popolo.

I Meridionali e i Siciliani devono riprendersi ciò che appartiene loro; essi sono così adulti da potere gestire, pur nel rispetto della Costituzione, la propria vita, puntando sul progresso e su una piena attuazione di quelle libertà che realizzano l’Uomo.

Nel solco della Costituzione, e in vista di un futuro risolutivo dei loro problemi e delle loro aspirazioni, i Siciliani devono reclamare la piena attuazione dello Statuto: questo devono esigere dai loro rappresentanti. Nei 43 articoli che lo compongono è contemplata la vita del popolo nel suo vario articolarsi, e non resta che metterlo in pratica, se vogliono finire una volta per tutte di chiedere ai governi interventi spesso vanificati. Al di là d’ogni schieramento, ha la precedenza il bene comune. È per questo che occorre coalizzare tutte le forze politiche, non tanto per costituire un Partito del Sud che non serve. La Sicilia rivendica la sua autonomia, non un partito, malvisto, tra l’altro, da quello dominante, tanto da far parlare di un eventuale altro sbarco. Quale? È bastato quello degli istituti di credito nordici che ha fatto volatilizzare le banche locali. Ora i Siciliani non ne vogliono altri e rigettano la tracotanza dei governanti.

Così  come fu al tempo del governo Milazzo, l’idea di una Sicilia consapevole di sé e delle sue rivendicazioni fa paura ai detentori del potere. Ma oggi non c’è più lo spauracchio del comunismo! Essi sono capaci di gestire bene la cosa pubblica e, se vogliono, riescono meglio di quanti ritengono il bene tutto dalla loro parte!

La Sicilia ha le sue potenzialità, un mare aperto per comunicare come nel passato, ha uomini capaci che si distinguono in ogni attività, ha le carte in regola per potere gestire la propria esistenza. Ed ha uno Statuto, che non è di meno di quello catalano, con la differenza che questo è attuato, quello nella forma e in parte. La Catalogna, molto vicina a noi anche per i trascorsi storici, si gestisce nel rispetto delle leggi dello Stato spagnolo sovrano, ed è ricca per infrastrutture, per attività legate alla vita del suo popolo e per turismo che richiama visitatori da ogni dove; la Sicilia vivacchia, impedita da chissà quale virus a non sfruttare appieno le sue risorse che sono per gli altri un’invidiata ricchezza.

Lo scrittore Nello Sàito, guardando ad una prospettiva finalmente risolutrice  di ogni male, riprendeva la vecchia gloriosa idea separatistica e parlava di un nuovo Risorgimento siciliano. Riteniamo che i tempi siano maturi. La Sicilia, pur confederata all’Italia, potrebbe riprendersi quel ruolo fondamentale che gli era proprio nel passato e giocarlo da mediatrice con i Paesi che s’affacciano nel Mediterraneo, ed essere da tramite con gli altri che guardano all’Europa. È revisionismo, o un guardare alla storia, come realmente fu nell’antichità o nel Medioevo, quando, mentre altrove c’era arretratezza, un focolaio di cultura con centro nelle diverse parti dell’Isola irradiava e congiungeva Oriente ed Occidente?   

"La rabbia riempie il cuore quando la mente è stanca di sopportare"

 Ora si parla di un’altra agenzia per il Sud, ovvero, di altre elemosine a goccia per lasciare inalterata la realtà meridionale, a scapito delle popolazioni, che si vogliono sempre girovaghe o sottomesse nella propria terra! Fino a quando? Ancora si deve sottostare a questi soprusi di potere per il potere? Siciliani, dovunque siate, ritornate nella terra dei vostri padri; uniamoci, è tempo di riscatto! È tempo di dire basta e chiedere una volta per tutte che lo Statuto venga attuato alla lettera perché si abbia la piena autonomia che è sviluppo e intraprendenza, libertà di agire e di dare sfogo all’intelligenza degli uomini migliori per una Sicilia che pensi a sé e recuperi la sua immagine che altri, usi a lucrare, anche nel nome della lotta alla mafia, continuano ad offuscare.


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