Se i politici siciliani rappresentassero i siciliani…

SE I POLITICI SICILIANI RAPPRESENTASSERO I SICILIANI, SE NON FOSSERO DEI VENDUTI, SE NON FOSSERO INTERESSATI A FARSI SOLO I CAZZI LORO… il primo punto dell’ordine del giorno da dibattere all’assemblea del Parlamento Siciliano sarebbe quello di eleggere i giudici siciliani per l’Alta Corte Siciliana e, fatto questo, immediatamente METTERE IN MORA IL GOVERNO NAZIONALE ITALIANO.
All’assorbimento delle funzioni dell’Alta Corte da parte della Corte Costituzionale si è arrivati “per mezzo di una sentenza illegittima”. Un giudizio, a dire il vero, che l’Alta Corte non ha mai avallato con propria sentenza. “L’autonomia è stata scippata ai siciliani con un vero e proprio colpo di stato, lasciandola nelle mani di un organo giurisdizionale (Corte costituzionale italiana) che non è terzo e che dimostra quasi ad ogni sentenza la propria parzialità e il proprio centralismo, smantellando pezzo a pezzo l’autonomia siciliana a colpi di interpretazioni abrogative”.
Ma qual è stato il ruolo della Regione di fronte a questo “golpe” politico-giuridico? “La Regione avrebbe dovuto aprire una serissima crisi istituzionale ricusando la competenza della Corte Costituzionale. Ma chi è politicamente, culturalmente e psicologicamente subalterno non è in grado di assumere tale posizione. Ci si è limitati a proteste platoniche o a gesti nobili quanto isolati, quali le dimissioni del presidente Alessi, secondo cui l’Alta Corte non è stata mai abolita bensì “sepolta viva”.
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Una Risposta

  1. La verità sul Banco di Sicilia sarà resa nota completamente solo tra una decina d’anni. La rappresentazione di Macula è purtroppo carente di alcuni aspetti importanti. Intanto il Banco, per certi versi più della Sicilcassa, qualche problema lo aveva. Tanto che l’ultimo vero Direttore Generale dell’Istituto, Salamone, aveva raggiunto un’intesa con il San Paolo di Torino per una fusione che avrebbe dato luogo ad una banca di dimensioni apprezzabili e, per la singolare coesistenza di strutture molto simili, operativamente fortemente concorrenziale. Ma il progetto ebbe il veto da Roma. Nello stesso momento, siamo alla fine degli anni 80, Geronzi lanciava l’idea di una soluzione ai problemi dei c.d. “banchi meridionali”, proprio mentre, dopo la scomparsa di Ventriglia, si trovava a lavorare al Banco di Napoli. E mentre qui, la poltica regionale (sempre miope e condizionata) faceva fuori Salamone e lo sostituiva con un dirigente gradito a Roma il quale rabbercia un bilancio che viene subito contestato ed apre le porte ad un commissariamento edulcorato con la nomina di un consiglio di amministrazione di non siciliani e con un direttore generale, Cesare Caletti, che proviene da una banca di provincia della lontana padania, prende l’avvio la rivoluzione della politica del credito in Sicilia. Fatta eccezione per le Casse Rurali, tutte le banche siciliane devono scomparire ed inizia la discessa dei colossi: San Paolo e MPS. Il Banco, fatta fuori la Sicilcassa, si fa carico della rete di questa e passa prima sotto l’ala protettrice di MedioCreditoCentrale e poi nelle braccia della neonata Capitalia che Geronzi crea recuperando aziende palesemente in crisi come Banca di Roma, prima, e poi Fineco, abbandonata da BNL, e Bipoc Carire nei fatti commissariata dalla Vigilanza. Nell’ambito di questa nuova aggregazione che lascia una certa autonomia ed indipendenza ai soggetti che la compongono, il Banco si pone subito come la banca trainante. E’ lo stesso Matteo Arpe che, chiamato da Geronzi a prendere in mano le redini del Gruppo, a dichiararlo pubblicamente sia nel meeting annuale che rriunisce le quattro banche, che nell’incontro con l’intera rete che vuole fare a Palermo. Nel frattempo, tutto il patrimonio immobiliare (ingentissimo) del Banco e che si è appena incrementato di quello altrettanto ingente della Sicilcassa, viene ceduto ad una società del gruppo. Sicchè la Fondazione Banco di Sicilia che ha sede nella storica Villa Zito per acquistare la proprietà di questa e del Palazzo Branciforti, simbolo della Sicilcassa, deve ricorrere ad un mutuo consentito dal Banco. In buona sostanza i siciliani devono tirar fuori i propri soldi per comprarsi beni che erano di loro proprietà e che sono stati loro sottratti coni soliti giochetti societari. Poi la vicenda Capitalia che non era traballante, ma semplicemente non adeguatamente patrimonializzata. E si ripete la storia. Arpe (che nel momento in cui Geronzi viene temporaneamente sospeso per le note vicende che lo vedono coinvolto nei procedimenti Cirio e Parmalat) avvia una trattativa con Profumo, ma viene stoppato dallo stesso Geronzi che riprenderà la trattativa, ma in un quadro più ampio che sacrificherà Capitalia su diversi aspetti e che lo porterà a Mediobanca. Le vicende di Unicredit sono ormai ben note, almeno agli addetti ai lavori. Mi fermo qui e sono disponibile, ovviamente, a confrontarmi con l'”amico ben informato. Mi spiace, tuttavia, dover constatare ancora una volta che larga parte degli eventi che hanno segnato la nostra vita di siciliani sono ancora avvolti nel mistero o velati da immagini ed interpretazioni che sono parziali e nascondono la realtà vera e, principalmente, la evidente connivenza della classe politica e dirigente.

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