Memorandum sull’attuazione dello Statuto in materia fiscale

Di Massimo Costa


Tutti noi cittadini sappiamo che è in corso una serrata trattativa tra Stato e Regione che sarebbe alle sue battute finali per definire il “nostro” federalismo fiscale, quello applicabile in Sicilia in conformità del nostro Statuto Speciale.

Nonostante ciò sappiamo in realtà molto poco di quelli che saranno i contenuti di questo accordo. Eppure la materia è delicatissima. Da questo dipendono in gran parte le sorti della nostra economia nei prossimi anni, la qualità dei servizi pubblici, la pressione tributaria, il destino dei nostri giovani.

Abbiamo una grande fiducia – non è piaggeria – verso chi oggi rappresenta gli interessi della Sicilia. Siamo sicuri che difenderanno i nostri interessi e cercheranno di porre in atto una piattaforma che sia quanto piú possibile vicina al modello statutario, nitido nella sua formulazione, anche se offuscato da tante, troppe, pronunce giurisprudenziali sbilanciate a favore dello Stato e che chiedono giustizia.

Abbiamo fiducia nella Commissione paritetica Stato-Regione, soprattutto, per ragioni di parte quanto meno, nei rappresentanti regionali, Professori Verde e Sammartino, ed altrettanto nella “parte negoziale” che sta dietro loro, l’attuale Assessore all’Economia, Prof. Armao.

Ma la fiducia non va disgiunta dall’apprensione. Sappiamo che essi sanno benissimo qual è la portata rivoluzionaria dello Statuto. Avranno anche la necessaria forza contrattuale per farlo applicare? Non è che domani ci ritroveremo di nuovo con un’applicazione mutila e distorta che dovremo poi inseguire?

Per questa ragione, come modesto studioso della finanza regionale derivante dall’ordinamento statutario speciale, ho ricevuto molte sollecitazioni, da parte di semplici cittadini, nonché espressamente da Comitati quali il Comitato per l’Attuazione dello Statuto Siciliano e il Comitato La Sicilia e i Siciliani per lo Statuto, a porre ai nostri rappresentanti un memorandum sul nostro ordinamento finanziario e fiscale autonomo. E questo non tanto perché timorosi che “non lo conoscano abbastanza”, giacché sulla loro competenza siamo piú che certi, quanto per ricordare loro che non sono soli, che dietro di loro c’è un Popolo ormai cosciente dei propri diritti e che non si può piú facilmente ingannare.

Sappiamo anche che attualmente i rapporti finanziari tra Stato e Regione sono regolati dal lontano DPR 1074 del 1965, già allora inadeguato e parzialmente difforme dal dettato statutario (e quindi costituzionale) e oggi praticamente illegibile se non per ardite analogie con un ordinamento tributario completamente diverso da quello sotto il quale vide la luce.

Ma che c’è scritto dunque nello Statuto? E cosa nella Costituzione di applicabile anche in Sicilia?

Noi vi diciamo tutto, intanto, consapevoli che forse non otterrete tutto, ma almeno puntualizziamo qual è la meta.

Intanto c’è scritto che lo Stato devolve integralmente alla Regione, e senza alcuna contropartita, tutto il demanio e tutto il patrimonio esistente in Sicilia. Fanno eccezione i beni militari, ma anche questi – qualora cessino di essere tali – verrebbero immediatamente attratti a patrimonio o demanio regionale. Fanno eccezione taluni, miratissimi, beni demaniali, che possano riguardare “servizi di carattere nazionale”. Ma questi devono essere veramente eccezionali, devono avere cioè veramente un’utenza ed una rilevanza vitale per la Nazione, sebbene ubicati in Sicilia. Oggi, con questo pretesto, tutte le infrastrutture genericamente “importanti” sono statizzate. E questo va CONTRO lo spirito dello Statuto che prevedeva una devoluzione integrale. Nostre devono essere le strade ed autostrade, nostre le reti idriche, nostre le telecomunicazioni, le reti elettriche e i gasdotti, eccetto il cavo sottomarino sullo Stretto o il gasdotto che proviene dalla Libia che, ad evidenza, svolgono un servizio di carattere “nazionale”. Al demanio va assimilato poi lo sfruttamente delle acque territoriali prospicienti la Regione.

Poi c’è scritto che la Sicilia si dota di un sistema tributario autonomo, nei limiti ovviamente dei principi fissati dalla Costituzione e degli obblighi derivanti da normativa europea. Non ha senso applicare direttamente in Sicilia tutta la legislazione tributaria nazionale se poi lo Statuto prevede che la Sicilia istituisca i tributi “propri”. I tributi “propri”, anche quelli destinati a finanziare le autonomie locali, devono essere SOSTITUTIVI e non AGGIUNTIVI, rispetto a quelli erariali. Altrimenti la norma statutaria non ha senso. Lo Stato ha riservate tre entrate erariali, distintamente indicate, e non può pretendere altro che quelle.

Poi c’è scritto che la Regione si fa carico di tutte le funzioni pubbliche, anche per mezzo dei suoi enti locali ovviamente, con le uniche eccezioni implicite di Difesa ed Esteri. Questo significa che tutti i settori della spesa pubblica e dei trasferimenti agli enti locali devono gravare, almeno formalmente, sulla finanza regionale. Ovviamente, sulle estesissime funzioni proprie, ovvero quelle soggette a legislazione concorrente ed esclusiva, siano esse originarie del 1946 o “aggiunte” dalla riforma del 2001, tale carico è sostanziale, potendosi prevedere per far fronte allo stesso solo degli strumenti compensativi per le regioni a minor capacità di reddito previsti esplicitamente dall’art. 119 della Costituzione. Mentre sulle poche residue funzioni statali delegate (giustizia o interni per esempio) il bilancio della Regione dovrebbe sí sopportarne in uscita le spese, ma ritrovarle in entrata sotto forma di trasferimenti erariali o di compartecipazione alle tre entrate erariali di cui si diceva sopra e che lo Stato trattiene proprio a fronte delle poche funzioni su cui mantiene la propria legislazione esclusiva.

Ancora, c’è scritto che la Sicilia costituisce un  ordinamento tributario a sé. Quindi non rileva il luogo amministrativo della riscossione, bensí quello “economico” della maturazione del tributo. I rapporti tra finanza regionale e statale devono quindi regolarsi esattamente come quelli “intracomunitari” tra paesi dell’Unione europea, tanto sul fronte delle imposte dirette, quanto su quello delle imposte indirette.

Inoltre c’è scritto che il mancato gettito di imposte sul reddito da lavoro dipendente dovuto al minor reddito pro capite rispetto alla media nazionale, deve costituire oggetto di un trasferimento dallo Stato di pari entità, il Fondo di Solidarietà Nazionale, da destinare unicamente alle spese in conto capitale per investimenti a carattere infrastrutturale che contribuiscano a ridurre lo storico gap tra Sicilia e continente.

C’è scritto pure che, sebbene la Sicilia non abbia competenze in materia doganale o monetaria, peraltro oggi devolute all’Europa, i relativi redditi, doganali o da reddito monetario o da eventuali eccedenze valutarie, vengano attribuiti alla Regione. Per quelli monetari, anche per le competenze in materia di credito e finanza, ciò può avvenire solo attraverso la costituzione di un istituto di vigilanza autonomo che funga da “banca centrale nazionale” nel territorio della Regione, esattamente alla pari degli altri membri del Sistema Europeo delle Banche Centrali.

La Regione può anche ricorrere agli strumenti del debito pubblico, con ricorso diretto al mercato, alla pari delle altre entità sovrane.

Nella Costituzione, infine, ci sono scritte norme generali per le altre regioni e per gli enti locali. Alcune di queste sono applicabili anche alla Sicilia.

C’è scritto, implicitamente, che la Regione ha l’obbligo di garantire autonomia finanziaria e tributi propri, compartecipazioni a tributi regionali e fondi perequativi per i suoi enti locali per mezzo di leggi regionali, anche se tale previsione invero era già contenuta nel nostro Statuto.

Non è  possibile, quindi, in Sicilia deliberare un “federalismo comunale” disgiunto da quello “regionale” per l’unità intrinseca che ha il sistema delle autonomie siciliane rispetto allo Stato italiano.

Nella Costituzione c’è scritto anche che la Regione ha diritto ad avere compartecipazioni sui tributi erariali o accesso al fondo di compensazione interregionale qualora i redditi della Regione non consentano alla stessa di svolgere le funzioni assegnate. Da noi le entrate erariali  sono solo tre? Ebbene, le compartecipazioni riguarderanno solo questi tre tributi.

Questo non significa che lo Stato pagherà ogni nostro disservizio o la fiscalità di vantaggio che volessimo creare con la nostra piena autonomia tributaria, ma solo che subentrerà qualora lo squilibrio finanziario dipendesse esclusivamente dalla sola diversa capacità di gettito.

Questo significa in pratica che, supposta una pressione fiscale in Sicilia equivalente a quella nazionale e un costo dei servizi pubblici pari allo standard definito a livello nazionale, lo Stato colma solo l’eventuale divario tra il suddetto gettito potenziale e il suddetto costo potenziale.

Le altre differenze, reali, derivanti da costi che “non sono standard” o da gettiti “diversi da quelli medi nazionali” in attuazione della potestà tributaria della Regione, sono responsabilmente a carico nostro.

E questo fondo di compensazione, inoltre, può e deve coprire solo le spese correnti, avendo noi per quelle di investimento un fondo speciale, il FSN, ben piú favorevole, almeno se attuato secondo il dettato letterale dello Statuto sopra riportato.

Non sono escluse, infine, risorse aggiuntive che volontariamente lo Stato volesse indirizzare per scopi specifici verso la Sicilia.

In una parola un’Autonomia rivoluzionaria, che attribuisce alla Sicilia molte piú risorse di quelle attuali, ma anche molta responsabilità nel guidare una propria, autonoma, politica tributaria, e nell’amministrare responsabilmente la spesa. Un’autonomia della responsabilità in cui gli squilibri derivanti dalla maggior povertà troverebbero compensazione solidale, mentre per quelli derivanti da sprechi e clientelismi si potrebbe e dovrebbe “patteggiare” solo una fuoriuscita graduale con opportune norme transitorie.

Questi i nostri diritti.

È questo che leggeremo nei decreti attuativi dei prossimi giorni?

Se lo sarà  vi ringrazieremo per il successo storico che silenziosamente state conseguendo per la Sicilia.

Se non lo sarà  vi staremo sempre con il fiato sul collo e denunceremo che quelle “NON SONO” le norme attuative dello Statuto, ma, come nel 1965, ancora una volta “un’altra cosa” in cui la Sicilia vede sempre defraudate le proprie ragioni.

Fonte: SiciliaInformazioni.com

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