Giovanni da Procida, l’eroe del Vespro

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Giovanni da Procida

Era il Lunedì dell’Angelo, al tramonto: un soldato che aveva infastidito una ragazza fu ucciso dalla folla inferocita. La sommossa si estese a macchia d’olio in tutta l’Isola

Settecentoventinove anni fa la Sicilia si ribellò allo straniero, fu la prima rivoluzione del Secondo Millennio. Intorno a quell’evento sono fiorite leggende, sono stati scritti romanzi e opere liriche. Si trattò una rivolta di popolo, di una sommossa – spontanea, secondo alcuni storici; accuratamente pensata, secondo altri –, contro i soprusi di uno straniero, Carlo d’Angiò, che non si faceva amare e di un esercito, quello francese, che s’abbandonava ad angherie di ogni genere. La scintilla esplose il lunedì 30 marzo dopo Pasqua dell’anno 1282, all’imbrunire (a un’ora di notte secondo le ore canoniche, quindi, si era già al 31 marzo).
Racconta così uno dei più autorevoli storici del Medioevo, Edward Gibbon (in Storia della decadenza e caduta dell’Impero Romano): «Mentre una processione di cittadini disarmati visitava una chiesa fuori delle mura, una nobile giovanetta fu villanamente insultata da un soldato francese, che fu immediatamente punito con la morte. Sulle prime il popolo fu disperso da armati, ma il numero e il furore prevalendo, i congiurati colsero l’occasione, l’incendio si estese per tutta l’isola e ottomila francesi furono uccisi in un massacro generale, cui fu dato il nome di Vespri Siciliani».

Suggestiva la versione del più illustre studioso dell’intera vicenda, Michele Amari ( in La guerra del Vespro Siciliano, pubblicata a metà Ottocento): «Una giovane di rara bellezza, di nobil portamento e modesto, con lo sposo, coi congiunti avviavasi al tempio».
Della fanciulla i contemporanei tacquero il nome, ma uno scrittore del Seicento la identificò in madonna Benvenuta, figlia di un certo Ruggiero Mastrangelo; altri ritennero che si trattasse della nobildonna Imelda, figlia di Giovanni da Procida, che sarebbe giunta appositamente da Napoli per provocare l’incidente che permettesse di avviare la rivolta organizzata dal padre.
Prosegue Amari: un francese, che si chiamava Droetto, «Per onta o licenza, a lei si fa come a richiedere d’armi nascose, e le dà di piglio; le cerca il petto. Svenuta, cadde in braccio allo sposo. Lo sposo, soffocato di rabbia: “Oh, muoiano, urlò, muoiano una volta questi francesi!”. Ed ecco dalla folla che già traea, s’avventa un giovane; afferra Droetto; il disarma; il trafigge; probabil è ch’ei medesimo cadesse ucciso al momento, restando ignoto il suo nome e l’essere, e se il movesse amor dell’ingiuriata donna, impeto di nobil animo, o altissimo pensiero di dar via al riscatto. “Muoiano, muoiano i francesi!”, gridarono;… La forza del popolo spiegossi, e soperchiò. Breve indi la zuffa: grossa la strage de’ nostri: ma eran dugento i francesi, e ne caddero dugento».

Esplosione spontanea di rabbia, dunque, o disegno preordinato?
Certamente, movimento popolare, e su questo punto tutti gli storici concordano. Su altri si dividono.

Michele Amari si preoccupò di confutare la tesi secondo la quale “tutti” i francesi furono sterminati più o meno simultaneamente dalla popolazione. Un canto popolare dice: «‘nta n’ura fu distrutta dda simenza» in un’ora fu distrutta quella genia. Ma non andò così: il massacro degli occupanti fu compiuto nell’arco di un mese circa, come dimostra il racconto tramandato nei secoli. I francesi presenti nell’isola, rendendosi conto che tirava brutta aria, si mimetizzarono fra i siciliani, indossando i loro vestiti. Vennero smascherati, uno per uno, invitandoli a pronunciare la parola cìciri (ceci) che essi mancando della “c” palatale: dicevano kikiri (o sisiri), tradendo le loro origini. Il difetto di pronuncia era sufficiente per condannarli a morte.

Sposando l’idea di un’insurrezione spontanea, Michele Amari sostiene che non ci fu un capo della rivolta. Altri storici ritengono invece che l’incidente del lunedì di Pasqua fu soltanto la scintilla per una sollevazione che era stata preparata dai ghibellini, e che ebbe in Giovanni da Procida il suo ispiratore e il suo capo.

Chi era costui? Nato a Salerno nel 1210, medico personale di Federico II di Svevia, assistette all’agonia e alla morte dell’imperatore (nel 1250), che gli donò varie terre nei dintorni di Napoli, compresa l’isola di Procida. Fu poi fedelissimo di Manfredi, coprendo la carica di Cancelliere del regno. Secondo la tradizione, presente – il 29 ottobre 1268 – nella piazza del Mercato di Napoli alla decapitazione di Corradino di Svevia, raccolse il guanto che il nipote di Federico gettò fra la gente perché qualcuno continuasse la lotta contro gli Angiò.
Fra i proscritti aderenti alla casa di Svevia, Giovanni da Procida era stato spodestato e cacciato da un’isoletta di questo nome, situata nella baia di Napoli. Di nobile famiglia e di grande dottrina, alleviò la povertà dell’esilio praticando la medicina. La fortuna non gli aveva lasciato che la vita ed egli la disprezzava; e il disprezzo della vita è la prima dote d’un ribelle. Possedeva inoltre l’arte di negoziare, di far valere le proprie ragioni e di nascondere i propri fini, e nei suoi vari contatti con popoli e singoli sapeva persuadere tutti che agiva soltanto nel loro interesse.

L’Isola, quindi, fu ridestata al sentimento di libertà dall’eloquenza di Giovanni da Procida che organizzò la rivolta di Palermo, preparandola in ogni dettaglio, sollecitando (nel 1281) l’intervento dell’ Imperatore Michele Paleologo in favore dell’infante Pedro d’Aragona.
Gibbon sostiene che Giovanni dedicò due anni all’opera diplomatica: «Travestito da frate, o da mendicante, l’instancabile missionario della rivolta correva da Costantinopoli a Roma, e dalla Sicilia a Saragozza».

Un altro autorevolissimo storico del Medioevo, Steven Runciman , ammette che «Nella primavera del 1282 l’intero mondo mediterraneo sapeva che una crisi era vicina», mentre i siciliani «scontenti, infiammati dagli emissari aragonesi e arricchiti dagli agenti di Costantinopoli, continuavano segretamente a complottare la rivolta».
Altre fonti accreditano l’ipotesi che Giovanni da Procida si fosse mosso per vendetta, in quanto una sua figlia «si era suicidata nel giorno stesso delle nozze, per non subire l’onta dello jus primae noctis da parte di un capitano francese che alloggiava nella sua casa e che per giunta era fedifrago perché aveva finto di dare il suo consenso a quelle nozze».
Il valoroso medico era, dunque, presente sulla scena del “fattaccio” la sera del 30 marzo 1282. Accompagnato dai figli Francesco e Tommaso, l’eroe del Vespro capeggiò la sommossa. La città fu in breve invasa. I francesi, presi alla sprovvista, non ebbero neanche il tempo di difendersi che, a gruppi, gli insorti furono loro addosso.

Dinnanzi alla ribellione siciliana, Carlo d’Angiò non si dette per vinto. Lui e i suoi eredi tentarono per quasi un secolo di riappropriarsi della Sicilia, senza peraltro riuscirvi. Un mese dopo i Vespri si ribellò anche Messina, e venne sottoposta a un lungo assedio da parte dei soldati francesi. L’8 agosto di quell’anno furono due donne, Dina e Clarenza (ricordate nelle figure mobili dell’artistico orologio della Cattedrale), ad accorgersi dell’assalto del nemico e ad avvertire i difensori della città. La leggenda vuole che intervenisse anche la Madonna, protettrice della città, a mettere Messina al riparo del proprio mantello.

Ci fu un tentativo di mediazione di un messo papale, il cardinale Gerardo di Parma, per indurre i messinesi ad arrendersi. Quando essi si resero conto che il cardinale agiva per conto di Carlo, dissero che preferivano la morte al ritorno sotto il suo dominio. Pietro III d’Aragona (consideravano dai siciliani il legittimo erede del trono, avendo sposato la figlia di re Manfredi), il 30 agosto sbarcò a Trapani, conquistando il regno senza lottare, grazie alla Voluntas Siculorum. Il 2 settembre, a Palermo, fu acclamato re dalla folla.

Tre anni dopo i Vespri, uscirono di scena tutti i protagonisti della vicenda, con l’eccezione di Giovanni da Procida che, nominato Gran Cancelliere di Sicilia (il 2 febbraio del 1283), morì, all’età di ottantotto anni, a Roma, nel 1298.

Frattanto era in corso una guerra di logoramento,durata novanta anni. Una sorta di “storia infinita” che fece persino dimenticare ai siciliani le ragioni che li avevano indotti alla sommossa del 1282.
Se ne se sarebbero ricordati secoli dopo. Lo scrisse, con estrema chiarezza, Michele Amari nella prefazione della sua “Storia del Vespro”: il libro «nacque dalle passioni che ferveano in Sicilia innanzi il 1848», così come era avvenuto 566 anni prima.

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