L’alba di una nuova Sicilia

Di Massimo Costa


Lo Statuto della Regione Siciliana è in apparenza soltanto un insieme di norme che regola la vita e il funzionamento di un particolare ente pubblico, una Regione a statuto speciale: la Sicilia per l’appunto. Può sembrare solo uno strumento tecnico-giuridico come quello di un qualunque ente locale o di un’associazione privata o di una società commerciale.
In realtà esso rappresenta per la Sicilia tutta molto, molto di piú. Esso ha un valore storico e simbolico della massima importanza. Rappresenta la massima conquista finora ottenuta dal Popolo Siciliano in termini di libertà, democrazia ed autogoverno, frutto di un anelito secolare dei Siciliani che raggiunse tale primo obiettivo, quanto meno sul piano del principio, nel maggio di 65 anni fa.
Tale conquista, purtroppo, non ha oltrepassato di molto il piano del principio. In grandissima parte non è diventata prassi, è stata boicottata sin dall’inizio da uno scellerato patto tra i poteri forti centrali, che avevano tutto l’interesse a mantenere la Sicilia come colonia interna “di fatto”, e gran parte dei ceti dirigenti isolani ascari, che nella migliore delle ipotesi hanno voluto usare l’Autonomia come schermo per difendere i loro privilegi parassitari. In tutto ciò il soggetto principale, il destinatario ultimo di queste norme, il Popolo, è stato sinora il grande assente, reso ignaro intanto dei propri diritti costituzionali, e poi derubato e asservito ogni giorno con ogni mezzo.
Tutto ciò per cui noi oggi ci indigniamo, le raccomandazioni, i privilegi, la fuga dei migliori giovani, la mortificazione delle migliori intelligenze, la corruzione, l’inesorabile declino economico, il dissesto degli enti pubblici e la carenza dei servizi, è frutto di un sistema di sfruttamento coloniale dell’Isola, molto antico, molto ben rodato, e gattopardescamente sopravvissuto alla formale concessione dell’Autonomia.
Ma oggi le cose stanno cambiando. L’alba di una nuova Sicilia sembra stia per sorgere. Sempre piú cittadini scoprono oggi che quel lontano maggio rappresenta simbolicamente la primavera della Sicilia, il seme nascosto di ogni riscossa, un fatto di società e di popolo, in cui sembra risuonare l’antico ideale del Vespro di “Bonu statu e libirtati”, quel benessere e quella libertà ai quali non rinunceremo mai, se non al prezzo di essere dichiarati morti. E quello stesso Statuto, nascosto ai cittadini, offeso in piú punti, sigillato nelle sue parti piú vitali, dilazionato sine die nella sua applicazione, disapplicato per mezzo di norme deliranti che si vorrebbero “attuative”, esso ha comunque sfidato miracolosamente i decenni ed è ancora là, pronto ad essere “scongelato”.
Per liberare la Sicilia non ci sono scorciatoie: bisogna ripartire dai diritti della Sicilia stessa, dall’attuazione pura e semplice del fondamentale patto che Sicilia e Italia siglarono 65 anni fa. Senza il rispetto di quei patti c’è solo di nuovo la rottura o, al contrario, l’annientamento e l’asservimento definitivo della nostra piccola Patria.
Lo Statuto rappresenta il terminale storico delle tante costituzioni che il Regno di Sicilia sovrano ebbe nella sua storia, da quella informale con cui nacque lo stesso Regno per acclamazione parlamentare (1130), a quella costituzionale del Vespro (1296), a quella liberale del 1812, a quella democratica del 1848. Il Regno di Sicilia fu annesso con modi irregolari al Regno d’Italia in frode alla stessa volontà del Governo provvisorio del 1860 che stava per convocare al medesimo scopo il Parlamento; il moto separatista degli anni ’40 fu solo l’ultima pagina di una lunga contesa che trovò in questo Statuto un compromesso, sí, ma di livello quanto mai elevato.
Lo Statuto è cosí anche una vera e propria “Costituzione Regionale”, una “legge fondamentale” a tutti gli effetti, seppure subordinata a quella maggiore dello Stato italiano ed in quel contesto istituzionale armonicamente inserita.
Lo Statuto è infine anche una sorta di “Trattato di pace”, una convenzione, un patto tra Sicilia e Italia, redatto con la volontà dei rappresentanti di entrambi i Popoli e non modificabile parimenti senza la medesima volontà.
Questo il suo altissimo valore formale e sostanziale. Ma nessun valore sarà difendibile se non saranno conosciuti i fondamentali dei contenuti dello Statuto-Costituzione-Trattato stesso.

Lo Statuto delinea di fatto una forma confederativa di rapporto tra Sicilia e Stato italiano: i suoi massimi organi e le sue istituzioni sono quelle di uno Stato sovrano che appena depotenzia le proprie piene facoltà per garantire all’esterno l’unità politica dello Stato italiano, ma mantenendo in gran parte al proprio interno ogni potestà.
Il potere legislativo dà in quasi tutti i settori competenze esclusive alla Sicilia, con una “esclusività” che appare ben piú ampia tanto di quella residuale concessa a tutte le Regioni a statuto ordinario con la riforma del 2001, quanto persino a quella delle altre Regioni a statuto speciale, pur sempre assoggettate alle grandi riforme dello Stato. Quasi tutti i settori economici, i beni culturali e l’identità siciliana, gli enti locali e l’organizzazione interna della Regione, la gestione del territorio sarebbero in teoria sottratte a qualsiasi ingerenza esterna.
A queste competenze si aggiungono quelle concorrenti che coprono i restanti settori dell’economia, anche quelli su cui gli stati sono particolarmente “gelosi” come il credito, e i diritti sociali del cittadino, quali la salute o la previdenza o la scuola, per limitarsi ai settori piú significativi.
A questi due ambiti di legislazione se ne aggiunge un terzo, di pura “iniziativa”, e pertanto solo consultivo, ma che riguarda le residue funzioni statali per quanto riguarda la Sicilia. È cosí sancita l’esistenza di un interesse regionale (rectius: quasi-nazionale) in cui non a caso la “quasi-nazione” Sicilia è mantenuta distinta concettualmente dall’ente pubblico “quasi-statuale” che la rappresenta, la “Regione Siciliana” e non “Regione Sicilia” con l’improvvida confusione tra ente e società civile che comporterebbe quest’ultima dizione.
L’Assemblea quindi ha lo stesso campo d’azione del Parlamento della Repubblica, come quest’ultimo è a numero fisso, i suoi componenti sono Deputati: esso è cioè a tutti gli effetti un vero Parlamento e non un Consiglio regionale, e in effetti “è” il piú antico Parlamento del mondo.
Il potere esecutivo è parimenti integralmente devoluto al Governo della Regione. Lo Stato mantiene, appena, le Forze Armate, queste per la pura difesa con armi convenzionali della Sicilia e per il resto lascia che siano i Siciliani ad autogovernarsi in piena autonomia, quanto meno nelle materie soggette a legislazione concorrente ed esclusiva. Persino le residue funzioni statali, legate alle poche materie ancora soggette a legislazione esclusiva statale, sono fatte dipendere dalla Regione che le esercita per delega da parte dello Stato e secondo le sue direttive, con la conseguenza che il Presidente della Regione è de jure Ministro della Repubblica e rappresenta lo Stato in Sicilia e l’amministrazione statale siciliana in Consiglio dei Ministri.
Tale devoluzione amministrativa è rafforzata dallo smantellamento dell’amministrazione statale provinciale e delle province, sostituite dai “Liberi consorzi comunali”, dotati insieme agli stessi Comuni di ampia e piena autonomia amministrativa e finanziaria, idealmente ricollegati alle antiche “associazioni distrettuali” del Regno di Sicilia, anziché alle odiate luogotenenze-prefetture che hanno rappresentato storicamente la mortificazione delle istanze di autonomia. Persino la Polizia è devoluta alla Regione, con un’autonomia disciplinare speciale rispetto alle altre branche di amministrazione statale devolute alla Regione per le funzioni esecutive.
L’autonomia giudiziaria, invece, non viene realizzata dentro gli organi della Regione Siciliana ma dotando la Magistratura della Repubblica di organi giudicanti per competenza territoriale sulla Sicilia sino ad ogni grado di giudizio.
Ma la vera grande tutela giuridica della Sicilia e della sua autonomia, eccezionale piú che speciale, è data dall’Alta Corte per la Regione Siciliana. Questa è la Corte costituzionale speciale dello “Stato regionale confederato” di Sicilia e senza di essa l’autonomia non può praticamente funzionare. L’Alta Corte, a parte residue funzioni di carattere penale, decide insomma della costituzionalità della legislazione regionale e dei conflitti di competenza tra legislazione statale e regionale, limitandosi a sindacare la costituzionalità delle norme statali per quanto concerne la loro applicabilità al territorio della Regione Siciliana.
Sul piano finanziario la Regione, e con essa gli enti locali che a quella fanno riferimento, è dotata di un’autonomia prossima a quella di uno stato sovrano. Tranne poche entrate, idealmente destinate a coprire il costo delle funzioni statali, è la Regione che delibera in piena autonomia quale debba essere l’ordinamentro tributario siciliano. I tributi e le entrate di competenza “siciliana” sono fondati sul criterio generale della “territorialità del presupposto d’imposta” e non su quello amministrativo della riscossione. L’altra faccia della medaglia è che la Sicilia, Regione ed enti locali, con quelle entrate deve far fronte alla totalità delle funzioni proprie, secondo un sano principio di responsabilità che impedisce che l’autonomia finanziaria si traduca in ingiustificato privilegio nei confronti degli altri cittadini della Repubblica.
Ciò non toglie, ovviamente, che tanto la Costituzione in termini generali, quanto lo Statuto in termini speciali per le spese infrastrutturali, non prevedano forme compensative che consentano alla Sicilia di superare il gap storico e strutturale nei confronti del Continente.
Completano il quadro dell’amplissima “autonomia economica” alcune norme speciali sulle potestà tariffarie in materia di trasporti, sulla materia doganale, su quella dell’emissione monetaria e su quella del debito pubblico.

L’attuazione dello Statuto non è immediata. Essa richiede in gran parte decreti attuativi che tardano ad essere emanati dall’apposita “Commissione paritetica” o che dispongono in modo distorto rispetto al dettato statutario.
Ma il problema di fondo su cui si è inceppata l’Autonomia siciliana è un altro. La “madre di tutte le battaglie” è la riattivazione dell’Alta Corte, mai soppressa ma solo illegittimamente disattivata dal 1957 ad oggi. Senza l’Alta Corte, infatti, un’autonomia cosí peculiare non potrà mai trovare adeguata tutela presso un organo quale la Corte Costituzionale, la quale, infatti, ha stravolto e abrogato, con le proprie sentenze, la quasi totalità dello Statuto medesimo. La Corte Costituzionale non è un “buon giudice”, nel senso formale che non è “ben costituito” in quanto la legge costituzionale dispone altrimenti dalla trista prassi di questi decenni, ma anche nel senso sostanziale che i suoi orientamenti giurisprudenziali sono talmente a senso unico da avere definitivamente squalificato l’autorevolezza di quel foro nei nostri confronti.
Un attimo dopo la riattivazione dell’Alta Corte, gli altri due capisaldi della nostra Autonomia sono la costruzione del sistema tributario autonomo (art. 36) e la devoluzione integrale delle funzioni amministrative (art. 20). Poi, ovviamente, tutto il resto, non molto meno importante di questi pilastri. Ma senza questi pilastri l’edificio non regge. E la pietra d’angolo è proprio l’Alta Corte. Senza l’Alta Corte i Siciliani saranno stati ancora una volta raggirati e la loro Autonomia sarà stata ancora una volta ridotta a un vuoto nome.
Ma nessuno potrà mai fermare i Siciliani uniti e consapevoli. Nessuno li fermò nel Vespro quando ottennero una libertà e una costituzione che avrebbero sfidato i secoli. Nessuno li fermò nel 1848 quando regalarono alla storia una delle piú belle costituzioni e comunque ottennero una devoluzione amministrativa totale anche quando il governo napoletano soppresse quella Costituzione. Nessuno fermò i Siciliani quando minacciarono l’indipendenza nel 1943 ed ottennero l’attuale Autonomia.
Nessuno fermerà oggi il Popolo Siciliano, di nuovo in piedi.

W la Sicilia

Una Risposta

  1. Mi sento fortemente emozionato nel leggere l’autorevole scritto del Prof. Costa. Penso che lo Statuto dovrebbe essere preso a modello per una trasformazione da Stato Unitario centralizzato a Stato confederale. Allargando gli orizzonti, deve anche essere un punto di riflessione e dibattito politico all’interno delle Istituzioni UE.

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