“Memorie” di Concetto Gallo, secondo Turri, successore di Canepa. (1a parte)

Storia del Movimento per l’Indipendeza della Sicilia, raccontata dal comandate dell’EVIS, secondo Turri, successore di Canepa, in una intervista poco nota del 1974.

(Intervista di E.Magri, 1974 – Riproposta nel 2009 sul settimanale “Gazzettino di Giarre” dal Prof. Salvatore Musumeci”)

L’INTERVISTA 

Onorevole Gallo, come e perchè nacque l’Indipendentismo ? 

“Uno dei primi a riprendere la sua attività a Catania, nell’agosto del 1943, fu un famoso chirurgo: il Prof. Santi Rindone. Tre giorni dopo l’invasione alleata, vale a dire l’otto agosto 1943, Rindone aveva aperto la sua clinica in via Papale. E, cosa strana, quello stesso giorno si registrò un andirivieni di malati straordinario.
Era il professore in persona che riceveva gli ospiti, tutti appartenente alla borghesia catanese. E quando qualche malato non gli garbava rispondeva: “Oggi non visito” . Veramente non erano malati. Erano tutti indipendentisti. Uomini noti al Prof. Rindone, con i quali, mesi prima, durante il fascismo, si era incontrato nella sua villa di San Giovanni La Punta, alle falde dell’Etna.
L’antifascismo siciliano, questo purtroppo non è mai stato scritto, fu nella sua stragrande maggioranza indipendentismo. Se in Sicilia il fascismo non aveva incontrato molti entusiasmi, sin dal suo nascere, nel 1922, fu per una sola ragione: perchè il fascismo era stato considerato l’ultimo prodotto imposto dall’Italia alla Sicilia: l’ultima stupidità, che aveva lasciato dietro di sè una scia di sangue e di morti. Ora, quella mattina dell’otto agosto 1943, mentre da Catania transitavano file di carri armati dirette verso Messina, un gruppo di maggiorenti catanesi stava decidendo come fare in modo che il fascismo fosse, veramente, l’ultimo prodotto d’importazione dal Nord.
La soluzione era pronta: l’indipendentismo. Indipendentisti erano quasi tutti i catanesi, aristocratici, borghesi e non. A quella riunione erano presenti tutti gli uomini più importanti della città: Carlo Ardizzone, primo sindaco di Catania, nominati dagli Alleati, che uscirà dal Movimento; l’avvocato Ulisse Galante, Franz e Guglielmo duchi di Carcaci, Romeo Perrotta, l’avvocato Nicolosi Tedeschi, Attilio Castrogiovanni, l’avvocato Vito Patti, il professore Cappellani, l’avvocato Gaglio, gli avvocati Giuseppe e Antonino Bruno, e molti, molti altri ancora.
C’eravamo, naturalmente, io e mio padre e l’avvocato Gallo Poggi che sarebbe stato il sindaco di Catania degli anni Cinquanta, il sindaco che avrebbe rifiutato il teatro Massimo a Scelba.
Io non so come gli altri siano arrivati all’indipendentismo. Nella mia famiglia lo si era sempre respirato con l’aria. I Savoia ci avevano rovinato. Un mio avo, luogotenente di Ferdinando di Borbone, era stato costretto, subito dopo l’arrivo in Sicilia di Garibaldi, a fuggire esule a Malta e la nuova amministrazione ne aveva approfittato per confiscargli tutti i beni, compreso Palazzo Gallo, che mio padre riscattò successivmente a rate.
In me, poi, operava, più che negli altri, uno spirito di libertà che era indissolublmente connaturato con la mia esistenza. Io, per esempio, ho avuto il coraggio, da giovane, di infrangere una tradizione di famiglia secondo la quale ogni Gallo doveva fare il professionista, l’avvocato in particolare. Proprio per uno spirito di indipendenza, proprio per raggiungere un’immediata indipendenza economica mi iscrissi alle commerciali e divenni rappresentante.
Da giovane contavo tra i miei amici degli aristocratici con spirito sportivo: il principe di Cerami, corridore automobilista, quel Giovanni Lavaggi, aviatore, che morì volando verso l’Etiopia con l’esploratore Franchetti e il ministro Luigi Razza. Per parte mia, io mi interessavo di boxe. Vincere una borsa significava avere il soldi per un’altra avventura, per un altro viaggio con gli amici senza doverli chiedere ai genitori. Commercializzavo anche i rapporti familiari. Una volta, ancora studente, scoprìi che mio padre, avvocato, passava cinquanta centesimi per ogni foglio dello studio battuto a macchina. Mi misi d’accordo con lui e le commissioni passarono a me.
Fu questo senso di libertà che mi fece rifiutare il fascismo. Iin toto: nella sua ideologia e nelle sue mascherate.
Finita la guerra, dei quarantaquattro milioni di italiani che avevano applaudito Mussolini nelle piazze non se ne trovò uno solo: tutti martiri del fascismo.
Io non fui ne martire ne fascista. Racconto un episodio per dare la misura dei miei rapporti col fascismo. Attorno al 1934 avevo già una piccola azienda abbastanza avviata. Un giorno mi arrivò una cartolina che mi imponeva di presentarmi al gruppo rionale Armando Casalini, che si trovava in via Manzoni, di fronte all’attuale sede della Questura. Mi ricevette un caposezione e mi spiegò che con quella cartolina volevano diecimila lire.
Disse: ” Siccome dobbiamo rinnovare tutto il mobilio della sede, voi siete stato tassato per 10.000 lire”. Con diecimila lire del ’34 ci si poteva comperare una casa. Risposi: “Ma sa lei quanto ci vuole per guadagnare 10.000 lire ?”. E lui: “Così è stato stabilito”. Me ne andai. Arrivò una seconda cartolina. Poi una terza con scritto “Ultimo avviso”. Questa volta mi volevano vederre a Palazzo dei Chierici; addrittura il federale.
Il federale di Catania, a quel tempo, era Pietrangelo Mammano, un compagno di scuola di mio fratello, il maggiore. Andai a Palazzo dei Chierici e mi fecero sedere in una sala. A un certo punto arrivarono due militi armati di moschetto, mi si misero ai lati e così entrammo nell’ufficio del federale. Io dicevo tra me e me: “Ma che, sono scemi ‘ Ma dove mi devono portare, alla fucilazione?”. Pietrangelo Mammano era seduto dietro a un grande tavolo: il gomito appoggiato sul tavolo; la mano destra a visiera.
Entrando salutai: “Ciao, Pietro”. Ma lui subito: ” Questa cartolina è indirizzata a voi ?” Prima di rispondere domandai: “Ma scusa, Pietro, non ce ne sono sedie qui ?”. E lui, alzando il tono della voce: “Ho detto, questa cartolina è indirizzata a voi ?”. Risposi: ” Si, quella cartolina e indirizzata a me” – “E alllora perchè non vi siete presentato ?”. Dissi: ” Perchè siccome c’è scritto ultimo avviso, pensavo che dopo questa cartolina non ne sarebbero più arrivate”.
“Fuori”, fece lui. E mi sbatterono fuori. Poi mi deferirono alla commissione di disciplina, ma non venne preso alcun provvedimento perchè mio padre, avvocato civilista, fece rilevare che non potevano darmi alcuna sanzione per il semplice motivo che non essendo io un loro iscritto non potevo essere giudicato da nessuna commissione “.

(1 parte – Continua – “Memorie” di Concetto Gallo, da un’intervista di E.Magrì, 1974)

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