“Memorie” di Concetto Gallo, secondo Turri, successore di Canepa. (7a parte)

Storia del Movimento per l’Indipendeza della Sicilia, raccontata dal comandate dell’EVIS, secondo Turri, successore di Canepa, in una intervista poco nota del 1974.

(Intervista di E.Magri, 1974 – Riproposta nel 2009 sul settimanale “Gazzettino di Giarre” dal Prof. Salvatore Musumeci”)

Mis, Americani e Mafia

Onorevole Gallo, le ho lasciato finora la parola in considerazione del fatto che lei non parla da trent’anni. Ora però è venuto il momento delle domande. Chi finanziò realmente il Mis? 

«Nessuno, mi creda. Sull’indipendentismo siciliano sono state dette, tra le altre cose, due grosse infamità: che fosse stato finanziato dagli americani e che gli indipendentisti siciliani operassero per fare diventare la Sicilia la “quarantanovesima stella degli Stati Uniti”. Due infamità.
Nessuno ci diede un soldo. Armi ed equipaggiamenti venivano acquistati con i nostri mezzi. Io per esempio, per mantenere l’Evis sui Piani della Fiera, nei pressi di Caltagirone, vendevo l’olio che si produceva in una proprietà di mia moglie. Subito dopo la battaglia del 29 dicembre 1945, nella proprietà di mia moglie a San Mauro, le forze armate di polizia trovarono venticinque quintali di olio e se lo portarono via. Nessuno ne seppe mai niente.

Quanto al “Movimento per la quarantanovesima stella degli Stati Uniti”, quello fu qualcosa di diverso dal Mis. Fu un organismo creato da due tizi che ebbero persino la spudoratezza di presentarsi al nostro primo congresso di Taormina e che vennero letteralmente buttati fuori. Tra l’altro uno di questi due era un tipo abbastanza originale. Tanto per dirne una, teneva comizi per tutti i partiti. Bastava che lo pagassero e lui parlava in piazza. Non importa per chi. Questa della quarantanovesima stella fu un’infamità sulla quale giocò molto, successivamente, il governo centrale e soprattutto Scelba, ministro degli Interni, per screditarci agli occhi dei siciliani».

Però, onorevole, il Movimento ebbe l’appoggio degli alleati. E dell’America in particolare. Ci furono accordi in questo senso, che lei sappia?

«Io non so se ci siano stati accordi. So che se ci fossero stati accordi Andrea Finocchiaro Aprile me lo avrebbe detto: allora o più tardi. Ho riferito l’episodio di Palermo con l’uomo dell’Intelligence Service ho raccontato come uscii da Catania vestito da commodoro americano in una macchina americana accanto all’ammiraglio. Quello che posso supporre è questo. Ed è ovvio: per avere una base popolare in Sicilia durante lo sbarco, gli americani solleticarono la vanità dei siciliani lasciando intendere, anche con i fatti, tipo referendum, che un giorno gli Usa avrebbero potuto operare per l’indipendenza della Sicilia. Atteggiamento che continuarono a tenere anche dopo la conquista dell’Italia del Nord. Quando a Yalta si spartirono il mondo e quando il governo italiano li rassicurò della sua fedeltà all’Occidente, allora mollarono ogni cosa. E così che gli americani si ritirarono e ci lasciarono al nostro destino».

Ma la mafia, onorevole, la mafia vi appoggiò? 

«Anche sul ruolo della mafia si è sempre detto molto a sproposito. Dopo il fascismo, riprese in Sicilia la vita politica. E la vita politica siciliana era, come si può capire, in gran parte impregnata di mafia. Era così con Vittorio Emanuele Orlando ed è stato così anche dopo. La mafia, dunque, mortificata dal fascismo, ricomparve con la liberazione. I capi mafiosi si guardano attorno e capirono che in quel momento c’era un solo partito vincente: il Mis. Il Mis aveva le simpatie della popolazione; le simpatie degli alleati; molte probabilità di conquistare il potere. Ecco perché la mafia, con in testa Calò Vizzini, entrò in massa nel Mis. Calogero Vizzini andava addirittura in giro con la Trinacria all’occhiello anche dopo la fine del Mis per farsi passare come perseguitato politico. Ma la mafia, che cominciava ad avere i suoi collegamenti con il Nord, capì subito che il Mis non aveva alcuna prospettiva a lunga scadenza. E quando all’inizio del 1946 si profilò il referendum istituzionale, la mafia era in gran parte fuori dal Mis. Si era ormai piazzata in un certo partito, in alcuni partiti, ma in particolare, dove sapeva di avere molte probabilità di vittoria. Ormai, infatti, erano arrivati gli alti commissari; era arrivato il potere insieme con il quale la mafia avrebbe potuto operare.

Oggi dico questo: che nel secondo periodo dell’Evis la mafia contrastò anziché favorire il separatismo. E non per una questione ideale, per un motivo tattico-strategico. La mafia aveva forti agganci con tutte le bande armate che operavano sulle montagne siciliane. È chiaro che tutti i sequestri, i furti e le rapine avvenivano in Sicilia sotto il manto protettore della mafia. Ma quando gli uomini dell’Evis salirono sulle montagne, briganti e banditi dovettero fare i conti anche con quegli uomini. L’Evis aveva bisogno di tranquillità per operare e per organizzarsi come esercito clandestino. E le scorrerie dei briganti, alle quali seguivano i rastrellamenti della polizia, non erano l’ideale.
Allora si decise di fare patti chiari con i banditi. Li cercai ovunque e dissi loro chiaro e duramente: “Qui agisce l’Evis. E necessario, dunque, che voi non operiate in queste zone”. Alcuni capirono l’antifona a volo e si squagliarono. Altri invece, come i fratelli Franco, non ne vollero sentire e allora si diede mano alle armi. Un giorno rimasero sul terreno tre banditi, proprio della banda Franco. I giornali, l’indomani, pubblicarono che erano stati ammazzati dai carabinieri. Non era vero. Ma a noi andava bene anche così.

Questo per dire che collusioni tra noi e banditi non ce ne furono. Anche perché, fatta eccezione per Giuliano, tutti gli altri erano tagliaborse e grassatori. Rapinavano anche per un paio di scarpe e per dieci lire. Giuliano no, Giuliano era diverso. Giuliano, tutto sommato, aveva una sua “morale”. Ricordo quando uno della sua banda fece una estorsione a suo nome senza che lui ne sapesse niente. Venuto a conoscenza della cosa, Giuliano lo attese e l’ammazzò. Quando arrivarono i carabinieri per portare via il cadavere, uscì da dietro un muro Giuliano col mitra spianato e disse loro: “Lasciatelo là. E un cane e merita di essere mangiato dai cani”.

No, no, mi spiace sfatare una leggenda, non avemmo alcun appoggio dalla mafia. Anzi, proprio perché io operavo in quel modo sbrigativo contro banditi e briganti presso i quali avevo conquistato un indubbio prestigio, un giorno mi mandò a chiamare don Calò Vizzini a Palermo.
“Ma che fai”, mi disse non appena mi vide. Risposi “Faccio quello che debbo fare”. E lui: “Stai attento perché uno di questi giorni ci potrai lasciare la pelle. Stai attento”. La mia forza e il mio prestigio in montagna crescevano, e i vari don Calò non gradivano tutto ciò che sminuiva la loro forza.
Ecco quali erano i nostri rapporti con la mafia. Ripeto, all’inizio, è vero, entrarono in massa nel Mis. Ma quando capirono che noi il potere non lo avremmo mai conquistato si squagliarono e finirono negli altri partiti. E, la sensazione della fuga dei mafiosi io l’ebbi alla vigilia del referendum, nel 1946, quando un rapporto della polizia di Palermo informava il Ministero dell’Interno che “si poteva stare tranquilli perché la mafia aveva abbandonato il Mis”. E il referendum confermò poco dopo: noi avemmo solo quattro deputati alla Costituente. Se avessimo avuto dietro la mafia ne avremmo portati quaranta».

Onorevole Gallo è ormai pacifico che Lucky Luciano “operò” per la liberazione della Sicilia. Lavorò anche per l’indipendentismo?

«A me personalmente questo non risulta. Io ho conosciuto Luciano, a Napoli, nel 1948, al rientro da un mio viaggio negli Usa. Passammo una serata insieme. Lo rividi più tardi, con grande disappunto del questore di Catania che si indignò e volle conto e ragione.

Ripeto, vidi parecchie volte Luciano. Gli chiesi anche di quella famosa circostanza di cui parlano tutti: l’accordo con don Calò Vizzini, il fazzoletto con la lettera “L” buttato a Corleone da un aereo americano prima dello sbarco degli alleati. Non mi disse niente di preciso, come era nel suo carattere. Si schermiva: “Eh, eh, dicono, dicono. Dicono tante cose. Lasciali dire”. E chiuse l’argomento. Quanto al Mis, posso dire che con Luciano non ebbe mai nulla a che vedere».


Commento del Prof. Salvatore Musumeci, Presidente Nazionale del Mis 

Effettivamente, quanto sostenuto da Gallo nella risposta alla prima domanda, trova conferma in una nota dell’Alto Commissario Aldisio (9 ottobre1944), che individuava un certo Lanza, Maggiore americano, fra gli esponenti di primo piano del “Movimento per la 49a stella degli Stati Uniti”.

In realtà, tale idea era caldeggiata dal “Fronte Democratico d’Ordine Siciliano”, il cui programma tendeva alla separazione dell’Isola dal continente, sotto la sfera d’influenza americana. Per i suoi fini programmatici, il movimento della “49a stella” si discostava, quindi, nettamente dal Mis capeggiato da Andrea Finocchiaro Aprile, che propugnava, ufficialmente, l’Indipendenza assoluta della Sicilia.

È pure vero che la mafia, per mezzo del suo capo carismatico don Calogero Vizzini tentò di entrare nelle fila del Mis. Infatti, abbiamo notizia che nella villa di Lucio Tasca a Mondello (Palermo) il 6 dicembre 1943 i separatisti tennero una riunione segreta, sia per la delicatezza degli argomenti che avrebbero affrontato, sia perché l’AMGOT non consentiva che i partiti politici svolgessero alcuna attività. La riunione si svolgeva come Cis (Comitato per l’Indipendenza della Sicilia), poiché non si era ancora formalmente costituito il Mis.

I partecipanti erano una quarantina provenienti da tutta la Sicilia e non tutti si conoscevano fra di loro. Il personaggio più caratteristico ed anche il più anziano (76 anni) era il cav. Calogero Vizzini di Villalba. Questi, più noto come don Calò, dichiarò di rappresentare gli indipendentisti di Caltanissetta. Fu subito smentito da Antonino Varvaro, il quale affermò che nessuno degli iscritti di Caltanissetta si chiamasse Calogero Vizzini. Il vecchio “Don” non si scompose e ribatté che non bisognava pensare agli iscritti di quel giorno ma a quelli numerosi dell’indomani, soprattutto, perché ad un suo cenno, se necessario, sarebbero state bruciate tutte le Camere del Lavoro della Provincia. E concluse dicendo: “queste sono le tessere che porto io”.

La maggior parte dei presenti restò scandalizzata e non pochi espressero il loro sdegno. Vizzini, tuttavia, non fu espulso dalla riunione, ma non gli venne rilasciata nessuna tessera e nessuno dei dirigenti del Movimento lo cercò mai. Purtroppo la sua presenza alla riunione sarebbe rimasta come un’ombra indelebile sul movimento indipendentista, anche quando, non molto tempo dopo, il vecchio “don” sarebbe passato nell’area del partito, diventato, intanto, il più potente della Regione: la Democrazia Cristiana.

Non c’è dubbio, infine, che anche il banditismo cercò nel separatismo un approdo per nobilitarsi, ma la cosa più sicura è che si tentò di inquinare l’indipendentismo apposta per liquidarlo.

(7. Continua –“Memorie” di Concetto Gallo, da un’intervista di E. Magrì, 1974)

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