“Memorie” di Concetto Gallo, secondo Turri, successore di Canepa. (8a parte e ultima)

Storia del Movimento per l’Indipendeza della Sicilia, raccontata dal comandate dell’EVIS, secondo Turri, successore di Canepa, in una intervista poco nota del 1974.

Bandiera di combattimento dell’EVIS

(Intervista di E.Magri, 1974 – Riproposta nel 2009 sul settimanale “Gazzettino di Giarre” dal Prof. Salvatore Musumeci”)

L’Autonomia viene tradita:

la paura di riaccendere la fiamma dell’indipendentismo spinse il governo De Gasperi ad imporre il coordinamento dello Statuto siciliano con la Costituzione italiana

Onorevole Gallo, la domanda che segue riguarda una circostanza di importanza notevole per gli storici. Solo lei può avvalorarla. se è vero. È vero che lei ebbe contatti con i Savoia? È vero che prima del referendum, e in previsione di una loro sconfitta, i Savoia si preparavano a riconquistare l’Italia partendo dalla Sicilia? 

«Con i Savoia io non ebbi contatti. Con altri sì. Anche se questi altri oggi negano la circostanza. Ci furono due episodi ben distinti. Il primo avvenne durante la clandestinità. Un giorno Lucio Tasca mi avvertì che c’erano due signori “desiderosi di vedermi”. Uno era l’avvocato Anselmo Crisafulli di Messina e l’altro un generale proveniente da Roma. Chiesi a Tasca: “Che cosa vogliono?”. Disse: “Vengono da Roma e li manda Umberto di Savoia”. Risposi a Tasca: “Allora, proprio perché vengono da Roma e proprio perché li manda Umberto di Savoia, non possono essere altro che dei mentitori”. E non li incontrai.

L’altro episodio è molto più importante. Mi trovavo in carcere a Palermo. Eravamo già nel 1946, alla vigilia del referendum istituzionale. Vivevo nel mio più assoluto isolamento. Non mi si permetteva di vedere nessuno. Un giorno mi annunciarono delle visite. “Gli avvocati difensori”, dissero.
Mi recai in parlatorio e trovai l’avvocato Antonino Varvaro che sarebbe passato tra le file comuniste, Sirio Rossi, indipendentista, socialista, l’uomo che mi aveva ospitato a Palermo alla vigilia della mia investitura a comandante dell’Evis. E un altro signore che mi venne presentato come il generale Schiavo Campo, aiutante di campo di Umberto di Savoia.

Tasca mi disse che il generale era venuto da Roma per sapere da me una cosa: se, una volta uscito dal carcere, io fossi stato disposto ad assumere il comando di uno schieramento rivoluzionario in favore dei Savoia. Si impegnavano a farmi evadere subito.

La mia risposta: “Fino a oggi voi, con la vostra divisione Sabauda, ci avete massacrato. Datemi un argomento, uno solo, ideale e politico, perché io mi possa schierare con voi. Grazie, signori”. E mi ritirai».

Insomma Umberto di Savoia avrebbe voluto creare nel Sud un’armata, un esercito clandestino per fare in Sicilia quello che i Borboni avevano fatto cent’anni prima nel Napoletano: ricreare il fenomeno del brigantaggio? 

«No, assolutamente. Dall’atteggiamento di Schiavo Campo io capii che qualcuno servendosi del nome dei Savoia voleva creare un esercito clandestino affidandomene per un certo periodo il comando e speculando sul mio nome; un esercito clandestino che avrebbe dovuto, combattendo, riconquistare quell’Italia che poi i Savoia avrebbero perso col referendum. In sostanza, questi signori avevano capito che Umberto stava per perdere il regno. In previsione di questo si cercava di organizzare un esercito per riconquistare il paese con le armi. Tutto qui. Certo, ora, quelli che erano presenti a quella riunione magari negano che sia avvenuta. Ma i fatti sono come li ho raccontati io».

Onorevole Gallo, quali furono, sul piano politico, i risultati di quella guerra?

«Senza dubbio l’autonomia siciliana, il cui statuto recepì le idee, i propositi che animarono i primi documenti degli indipendentisti. Anche oggi, a tanti anni di distanza, di quello Statuto svuotato anno dopo anno dai parlamentari, non c’è più niente. Luigi Einaudi, ministro del Tesoro, si batté alla Costituente perché lo Statuto Speciale per la Sicilia non venisse varato. Si sforzò di far comprendere che inserendolo, come avvenne, sic et simpliciter nella Costituzione dello Stato si sarebbe dato ai siciliani uno strumento formidabile: “Più che l’indipendenza”, disse. I siciliani, solo con l’articolo 40 dello Statuto, avrebbero in pochi anni potuto batter moneta propria che avrebbe fatto aggio sulla lira! “State attenti a quello che andate ad approvare!”. Ed aveva ragione quel grande studioso. Dal punto di vista italiano egli aveva perfettamente valutato la forza della conquista del popolo siciliano.

Ma l’eco della battaglia di San Mauro non era ancor spenta e la paura di riaccendere la fiamma dell’indipendentismo spinse il governo De Gasperi ad imporre il coordinamento dello Statuto siciliano con la Costituzione dello Stato. I tempi hanno dato torto allo studioso Einaudi e ragione agli esponenti del tradimento, del falso e del sopruso. De Gasperi cioè sapeva di poter contare sui deputati regionali, i quali sono i maggiori responsabili della mancata applicazione dello Statuto, e che hanno solo creato a Palermo la sede di riunione dei galoppini elettorali dei deputati nazionali. Una fonte inesauribile di combriccole elettorali attraverso la creazione di innumerevoli enti e sottoenti, mangiatoie di svariata grandezza, serbatoio di miliardi sperperati e male impiegati.
Nella prima legislatura, sotto lo stimolo dei 9 deputati indipendentisti, si gettarono le basi della rinascita. L’attuazione dell’art. 38 (fondo di solidarietà), il cui merito va all’indipendentista onorevole Attilio Castrogiovanni, che, quale presidente della commissione di finanza e giunta del bilancio lo sostenne e lo volle, fu il primo atto del valore di una grande conquista. Poi, a partire dalla seconda legislatura, assenti gli indipendentisti, cominciò il rovinoso declino. Si accettarono supinamente tutti i colpi che venivano vibrati da Roma. Si abolì con un semplice trucco l’Alta Corte per la Sicilia. In una parola si svuotò lo Statuto dei suoi contenuti essenziali, riducendo l’autonomia, come ebbe a dire Finocchiaro Aprile, a una “ignobile agenzia” del potere centrale. Ma tutto è possibile… all’italiana».

Ma i deputati regionali qualcosa l’hanno pure fatta?? 

«Sì, qualcosa di molto utile. Ma per loro».


Commento del Prof. Salvatore Musumeci, Presidente Nazionale del Mis 

L’on. Concetto Gallo non fu certamente un politico raffinato. Sarebbe rimasto per sempre il leggendario Comandante dell’Evis, idealista leale e, talvolta, ingenuo. Così si possono spiegare alcune decisioni affrettate ed alcuni suoi errori, certamente involontari. Un errore gravissimo fu quello di aver accolto, indiscriminatamente nell’Evis bande e banditi senza escludere contatti con persone infide e/o mafiose. oltre che alla Costituente, fu eletto nel 1947 deputato nella prima Legislatura dell’Assemblea Regionale Siciliana con 9.932 preferenze. Morì a Catania l’1 aprile 1980, all’età di 67 anni.

Lo storico palermitano Massimo Ganci, commemorandone la scomparsa sul Giornale di Sicilia, lo definì: «Uomo generoso, che nel perseguire un ideale degno di considerazione seppe anche pagare di persona, con dignità e fierezza», e gli indipendentisti lo ricordano con orgogliosa stima.

Dalle sue “Memorie”, abbiamo visto come, grazie alla lunga lotta del Mis, si giunse alla promulgazione lo Statuto Speciale di Autonomia.

Non era certamente questo l’obiettivo principale del Separatismo, ma si trattava pur sempre di una grande conquista, per la quale il Popolo Siciliano, aveva affrontato sacrifici e lotte dal 1860 in poi. Ed era questa la motivazione, che aveva suscitato tanto entusiasmo per il “ritorno” del Parlamento Siciliano. Si sottovalutavano, comunque, le conseguenze relative scaturenti dal fatto che a “gestire” l’Autonomia sarebbero stati partiti ed uomini, di cultura centralista, che avevano avversato il Separatismo e che accettavano, in definitiva, lo Statuto Speciale come unico rimedio utile ad allontanare il pericolo indipendentista. Intanto, lo Statuto non sarebbe stato mai applicato integralmente (ed ancora oggi non lo è) nei suoi articoli più significativi.

La regione Siciliana sarebbe diventata una struttura elefantiaca, pesante, costosa e mal funzionante, finalizzata prevalentemente a rispondere alle esigenze clientelari della classe politica e dei partiti dominanti, di volta in volta, nell’ambito regionale.

Non già, quindi, strumento di democrazia, di autogoverno e di progresso del Popolo Siciliano, così come era stato sognato dai movimenti sicilianisti ed autonomisti del XIX secolo.

Gli otto Deputati Indipendentisti presenti nella prima legislatura dell’Ars, nonostante non abbiano dimostrato di possedere una grande progettualità politica, profusero il loro impegno nella difesa dei valori dell’Autonomia, per far realizzare quei programmi di sviluppo, dei quali la Sicilia aveva urgente bisogno. Non poterono completare la loro opera perché nella successiva legislatura sarebbero stati cancellati dalla geografia parlamentare. Ed essi stessi si sarebbero, via via, allontanati dalla politica attiva.

Si spense, così, definitivamente, la voglia di indipendenza dei Siciliani? Certamente no.

Con alterne vicende alcune figure meno appariscenti del periodo eroico del Mis e le nuove generazioni, sia pure in condizioni di minoranza e, talvolta, anche di isolamento, hanno continuano a mantenere viva l’Idea indipendentista e a riproporne le tematiche di fondo, adeguandole ai tempi.

Alla cronaca delle vicende del Separatismo, dei suoi successi e delle sue sconfitte, delle sue ragioni e dei suoi torti, dobbiamo aggiungere la considerazione che negli ultimi 50 anni è mancato quel riscontro elettorale (che, pur tuttavia c’è stato negli ultimi tempi per i Movimenti Autonomisti) che nelle democrazie è dimostrazione della validità di un’idea politica.

Dovremmo, quindi, concludere dando ragione a quanti sostengono che il Separatismo Siciliano sia destinato a morire? A questa domanda, così difficile, possiamo rispondere soltanto con l’aiuto di Antonio Gramsci.

Partiamo, infatti, dalla analogia tra la situazione di oggi e quella nella quale si trovava l’Indipendentismo negli anni trenta del secolo scorso.

Mentre il Fascismo dominava incontrastato, il Separatismo era ai suoi minimi storici e contro di esso era in atto una damnatio memoriae anche da parte di non pochi intellettuali siciliani.

«…La questione invece dovrebbe essere molto semplice, dal punto di vista storico: il separatismo o c’è stato o non c’è stato o è stato solo tendenziale in una misura da determinarsi secondo un metodo storico obiettivo, … Se in Sicilia il separatismo ci fosse stato, ciò non dovrebbe essere storicamente considerato né riprovevole, né immorale, né antipatriottico…Il fatto che la polemica continui accanita ed aspra significa dunque che sono in gioco “interessi attuali” e non interessi storici, significa… cioè il fatto che lo strato sociale unitario in Sicilia è molto sottile e che esso padroneggia a stento forze latenti “demoniache” che potrebbero essere separatiste, se in questa soluzione, in determinate occasioni si presentasse come utile per certi interessi (A. Gramsci: Il Risorgimento)».

(8. Fine –“Memorie” di Concetto Gallo, da un’intervista di E. Magrì, 1974)

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